Indagini nella mente umana. Vite passate e Abductions – Seconda parte.

Nella prima parte di questo articolo abbiamo conosciuto un po’ meglio l’ipnosi, cosa è e soprattutto cosa non è. Abbiamo anche visto come sia utilizzata per aiutare le persone a rimettersi in contatto con una parte del proprio sé che ignorano di avere, una parte immortale che non cessa la propria esistenza quando il corpo fisico muore ma che, invece, continua a vivere incarnandosi in una nuova esistenza che sta per nascere.

Ma perché l’Anima si reincarna ? É un processo naturale oppure qualcosa di diverso ?

Tratto da: http://camcris.altervista.org/butreincar.html

Quello della reincarnazione non è un concetto tanto antico come si pensa. Non è un elemento comune a molte delle antiche religioni conosciute, e la sua origine non appartiene a un passato immemorabile.

La forma classica della dottrina della reincarnazione fu formulata in India, ma certamente non prima del 9° secolo a.C., quando gli scritti brahmani furono composti. Quando le Upanihad (tra il 7° e il 5° secolo a.C.) ebbero definito chiaramente il concetto, esso fu adottato dalle altre grandi religioni orientali che ebbero origine in India, il Buddismo e il Giainismo. In seguito alla diffusione del Buddismo, la reincarnazione fu poi adottata dal Taoismo cinese, ma non prima del 3° secolo a.C.

Le antiche religioni del mondo mediterraneo svilupparono credi reincarnazionisti piuttosto differenti. Ad esempio, il platonismo greco affermava la preesistenza dell’anima in un mondo celestiale e la sua caduta in un corpo umano. Per liberarsi, l’anima aveva bisogno di essere purificata mediante la reincarnazione. In questo Platone fu fortemente influenzato dalle più antiche scuole filosofiche. Il primo importante sistema filosofico greco ad adottare una visione della reincarnazione paragonabile a quella induista fu quello neoplatonico, nato nel 3° secolo d.C., sotto influenze orientali.

Nel caso dell’antico Egitto, il Libro Egizio dei Morti descrive il viaggio dell’anima verso l’altro mondo senza ritornare alla terra. E’ noto che gli antichi egizi imbalsamavano i morti in modo che il corpo potesse essere preservato e accompagnare così l’anima nell’altro mondo. Ciò suggerisce che questo popolo credesse nella resurrezione anziché nella reincarnazione.
Allo stesso modo, in molti casi di antiche religioni tribali che oggi sono descritte come aderenti al concetto di reincarnazione, si tratta invece di credenza nella preesistenza dell’anima prima della nascita o nella sua sopravvivenza indipendente dopo la morte. Ciò non è collegabile all’idea classica di trasmigrazione da un corpo fisico a un’altro secondo una la legge impersonale come quella del karma.


LA REINCARNAZIONE NELL’INDUISMO

L’origine del samsara va cercato nell’Induismo e nei suoi scritti classici. Non può essere apparsa prima del 9° secolo a.C. perché gli inni vedici (i più antichi testi nell’Induismo) non la menzionano; ciò prova che la dottrina della reincarnazione non era stata ancora formulata al tempo della loro stesura (tra il 13° e il 10° secolo a.C.).

A quel tempo – come si evince ad esempio dall’esegesi del rituale funerario – si credeva che l’uomo continuava ad esistere dopo la morte come persona completa. Tra l’uomo e gli dèi esisteva un distinzione assoluta, come in tutte le altre religioni politeistiche del mondo. Siamo piuttosto lontani dal concetto di una fusione impersonale con la fonte di tutta l’esistenza, che troviamo più tardi negli Upanishad.

Troviamo poi Yama, il dio della morte (menzionato anche nei testi sacri buddisti e taoisti), che regnava sulle anime dei defunti; a lui le famiglie facevano delle offerte in favore dei propri cari deceduti.
La giustizia divina era amministrata dagli dèi Yama, Soma e Indra, non da una legge impersonale come il karma. Queste divinità, anzi, avevano il potere di gettare i malvagi in una buia prigione eterna dalla quale essi non sarebbero mai più potuti scappare (Rig Veda 7,104,3-17).

La premessa per l’ottenimento di una ricompenza per le proprie azioni in una nuova esistenza terrena (invece di una celeste) apparve negli scritti brahmani (9° secolo a.C.). In essi si affermava una limitata immortalità celeste, che dipendeva dalle opere e della qualità dei sacrifici fatti duranti la vita. Dopo aver raccolto la ricompensa per queste cose, l’uomo doveva affrontare un’altra morte nel regno celeste (punarmrityu) e quindi ritornare all’esistenza terrena. L’antidoto a questa situazione era considerato come conoscenza esoterica, ottenibile solo durante la propria esistenza terrena.


LA REINCARNAZIONE NEGLI UPANISHAD

Gli Upanishad furono i primi scritti in cui si spostò il luogo della “seconda morte” dal cielo alla terra, identificandone la giusta soluzione con la conoscenza dell’identità atman-Brahman.

L’ignoranza della propria individualità (atman o purusha) mette in azione il karma, la legge di causa ed effetto della spiritualità orientale. La sua prima formulazione può essere trovata in Brihadaranyaka Upanishad (4,4,5): “Secondo come si agisce, secondo come ci si comporta, così si diventa. Chi fa bene diventa bene. Chi fa male diventa male. Si diventa virtuosi con le azioni virtuose, malvagi con le azioni malvagie”.

La reincarnazione (samsara) è la via pratica con cui si raccoglie il frutto delle proprie azioni. Pertanto, l’individuo è obbligato a entrare in una nuova esistenza materiale finché tutto il debito karmico che ha accumulato è pagato (Shvetashvatara Upanishad 5,11).

Qui può essere osservata una mutazione fondamentale nel significato della vita dopo la morte in confronto alla prospettiva vedica. Abbandonando il desiderio di avere comunione con gli dèi (Agni, Indra, ecc.), conseguita come risultato dei buoni sacrifici portati, gli Upanishad giungono a considerare il destino finale dell’uomo come una fusione impersonale tra atman e Brahman, raggiungibile esclusivamente tramite la conoscenza esoterica. In questo nuovo contesto, il karma e la reincarnazione sono gli elementi chiave che segneranno da ora in poi ogni particolare sviluppo nell’Induismo.


LA REINCARNAZIONE NEI PURANA

Nel Bhagavad Gita, che è parte del Mahabharata, il concetto di reincarnazione è espresso chiaramente come un processo naturale della vita che dev’essere seguito da tutti i mortali (2,13; 2,22).

Nei Purana invece la speculazione su questo soggetto è più sostanziale e si considerano dei destini specifici per ogni tipo di male che si commette: chi uccide un sacerdote rinasce tisico, chi uccide una mucca rinasce gobbo o demente, chi uccide una vergine rinasce lebbroso, chi mangia la carne rinasce di colore rosso, chi ruba del cibo rinasce topo, chi ruba del grano rinasce locusta, chi ruba profumo rinasce puzzola, e così via (Garuda Purana 5).

Simili punizioni si trovano anche nelle Leggi di Manu (12, 54-69).


INDUISMO: CHI O COSA SI REINCARNA?

Secondo gli Upanishad e la filosofia Vedanta, l’entità si reincarna nell’sè impersonale (atman). L’atman manca non ha un elemento personale, ragion per cui l’uso del pronome riflessivo “sè” (l’io) non è corretto. Si può definire l’atman solo negando ogni attributo personale. Sebbene esso costituisca il substrato esistenziale dell’esistenza umana, l’atman non può essere ciò che trasporta il “progresso spirituale” della persona, perché non può mantenere nessun dato prodotto nel dominio illusorio dell’esistenza psico-mentale. Il progresso spirituale che si accumula verso la realizzazione dell’identità atman-Brahman è registrato dal karma, o piuttosto da una minima quantità di debito karmico. A seconda del proprio karma, alla (ri)nascita l’intero essere fisico e mentale che costituisce l’essere umano viene ricostruito. A questo livello, la persona così rimodellata sperimenta i frutti delle “sue” azioni derivanti dalle vite precedenti e deve fare del suo meglio per fermare il circolo vizioso avidya-karma-samsara.

Per cercare di spiegare il meccanismo della reincarnazione, l’Induismo Vedanta ha adottato il concetto di un corpo sottile (sukshma sharira) che resta attaccato all’atman per tutta la durata della sua schiavitù, e registra i debiti karmici e li trasmette da una vita all’altra. Comunque, questo “corpo sottile” non può essere una forma in grado di preservare gli attributi personali, in quanto non offre informazioni riguardanti le vite precedenti alla presente vita psico-mentale. Tutti questi dati sono cancellati, così che i fatti registrati dal corpo sottile sono una somma delle tendenze nascoste o impressioni (samskara) provenienti dal karma. Si materializzano inconsciamente nella vita dell’individuo, senza dargli alcun modo di comprendere la sua condizione attuale. Non esiste nessuna possibile forma per trasmettere la memoria cosciente da una vita all’altra, perché il suo dominio appartiene al mondo delle illusioni e si dissolve alla morte.

Nei darshana Samkhya e Yoga, l’entità che si reincarna è chiamata purusha, un equivalente dell’atman. Data l’assoluta dualità tra purusha e prakriti (sostanza), niente di ciò che appartiene alla vita psico-mentale può passare da una vita all’altra perché appartiene alla prakriti, che a una relazione meramente illusoria con la purusha. Comunque, nello Yoga Sutra (2,12) viene definito un meccanismo simile per la trasmissione degli effetti del karma da una vita all’altra, come nel caso della Vedanta. Il serbatoio del karma è chiamato karmashaya. Esso accompagna la purusha da una vita all’altra, e rappresenta l’insieme delle impressioni (samskara) che non hanno potuto manifestarsi nei limiti di una data vita. Non si tratta assolutamente di una memoria cosciente, di un insieme di informazioni che la persona può usare consciamente o di un nucleo di personalità, perché il karmashaya non ha niente a che fare con le abilità psico-mentali. Questo deposito di karma serve soltanto come meccanismo per adattare gli effetti del karma sulla vita della persona. Impone in modo meccanico e impersonale la rinascita (jati), la durata della vita (ayu) e le esperienze che devono accompagnarla (bhoga).


LA REINCARNAZIONE NEL BUDDISMO

Il Buddismo nega la realtà di un sè permamente, e spiega l’esistenza umana come un mero accumulo di cinque aggregati (skandha), che hanno una relazione funzionale di causa-effetto: 1) il corpo (la forma materiale e i sensi), 2) sensazione (prodotto dei sensi), 3) percezione (costruito sulla sensazione), 4) attività mentale, e 5) consapevolezza.
Tutti e cinque gli elementi, e l’insieme che essi costituiscono, sono non permanenti (anitya); sono sottoposti a una continua trasformazione, e non posseggono un principio dimorante in essi, un “sè”. L’uomo solitamente pensa di averne uno a motivo della sua coscienza di se stesso. Ma essendo egli stesso in un continuo processo di trasformazione e cambiamento, la coscienza non può essere identificata con un sè che si possa supporre essere permanente. Oltre i cinque aggregati menzionati prima non può essere trovato nient’altro nell’uomo.

Comunque, qualcosa deve potersi reincarnare, secondo i dettami del karma. Quando fu chiesto al Buddha la spiegazione delle differenze tra le persone riguardo alla durata vitale, malattie, benessere materiale, ecc., egli rispose che gli uomini ereditano le conseguenze delle loro azioni, e che queste stabiliscono la loro condizione bassa o elevata (Majjhima Nikaya 3,202).

Se non esiste un vero sè, chi eredita allora le azioni e si reincarna? Buddha rispose che solo il karma passa da una vita all’altra, usando la figura della luce di una candela, che è derivata da un’altra candela senza possedere una sostanza propria. Il Buddismo insegna che nella stessa maniera si ha la rinascita senza il trasferimento del sè da un corpo all’altro. L’unico collegamento tra una vita e la successiva è di natura causale. Questa è sensa dubbio la più assurda definizione di reincarnazione che si sia mai avuta. Nella Sutra della Ghirlanda (10) si legge (trad.): “A seconda delle azioni compiute, si hanno le conseguenze che ne risultano; ma chi agisce non ha esistenza: questo è l’insegnamento del Buddha”.

Le scuole Yogachara e Vajrayana (Buddhismo tibetano) del Buddismo Mahayana insegnano che esiste un’entità che si reincarna: è la consapevolezza (uno dei cinque aggregati), che ha dunque la stessa funzione dell’atman della Vedanta. Il Libro Tibetano dei Morti descrive in dettaglio le presunte esperienze avute nello stato intermedio tra due incarnazioni, suggerendo che il defunto mantiene i suoi attributi personali. Sebbene in questo caso non viene detto chiaramente cosa sopravvive dopo la morte, è menzionato un corpo mentale che non può essere toccato dalle visioni che il defunto sperimenta (12).

Qualunque sia la condizione del defunto dopo la morte secondo il Buddismo, è evidente che un eventuale nucleo personale svanirebbe subito dopo la nascita, pertanto non può esservi alcun elemento psico-mentale trasmesso da una vita all’altra. La persona nata non ricorda niente delle vite precedenti, né dei viaggi da uno stato intermedio a un altro (bardo).

Un altro elemento contraddittorio nella teoria buddista della reincarnazione è l’estrema rarità della reincarnazione come esseri umani. Il Buddha insegnò nella Chiggala Sutta che è una rara coincidenza l’ottenere un corpo umano, proprio come è una rara coincidenza che sorga nel mondo un Tathagata, un individuo degno e consapevole.

Volendo prendere alla lettera le parole del Buddha (Samyutta Nikaya 35,63), è stato calcolato che la possibilità di incarnarsi come essere umano è di una sola possibiltà su un numero di anni pari a 5 seguito da 16 zeri. Questo numero è pari a 5 milioni di volte l’età dell’universo.

In tempi recenti e soprattutto con il boom delle filosofie ( o pseudo tali ) New-Age, la reincarnazione è vista come un metodo utilizzato dall’Anima per crescere, evolvere e salire di livello, fare esperienza per poi trascendere l’esistenza conseguendo quella che in ambito new age si chiama “ascensione”.

Ma siamo sicuri che sia proprio così ?

Il fenomeno delle Abductions, sappiamo veramente tutto?

Vi sembrerà che sia saltato “di palo in frasca”, come si dice. Avrete l’impressione che i due argomenti non siano attinenti ma, abbiate pazienza, tutto ha un perché e fidatevi, alla fine capirete tutto.

Allora: le Abductions. Ne ho già parlato in altri post e la stragrande maggioranza di voi conosce a menadito questo argomento.

In poche parole pare che vi siano delle entità extraterrestri che operano su questo pianeta, rapiscono le persone utilizzando tecnologie molto sofisticate, tra le quali il controllo del tempo e dello spazio, e sottopongano queste persone ad esperimenti medici, prelievo di tessuti, fecondazione ( nel caso delle donne rapite ), clonazione e secondo alcuni studiosi dell’argomento, vedi Corrado Malanga, il prelievo di quella che potremmo definire Energia Vitale, l’Anima.

Cronache e racconti di questo tipo di esperienze non sono un fenomeno moderno, come gli scettici vorrebbero far credere a chi non è ben informato sull’argomento, anzi vi sono testimonianza di abductions nei miti e nelle religioni di ogni parte del globo, persino nella bibbia se sappiamo dove e cosa leggere e se, soprattutto, la leggiamo con spirito critico e privo di idealismi e dogmatismi religiosi.

Ma andiamo avanti col discorso perché, e lo dico ai sedicenti esperti dell’argomento abductions, crediamo di sapere ormai tutto sull’argomento, conosciamo le varie razze aliene coinvolte in questo “affaire”, sappiamo come e dove agiscono, sappiamo il perché ( o almeno CREDIAMO di saperlo ). Tanto che il sottoscritto, per fare un esempio della supponenza di certi individui, è stato criticato apertamente perché in questi articoli starebbe “dicendo cose che Malanga ha detto 20 anni fa”, quindi…come dire…”che lo dici a fare, già NOI SAPPIAMO TUTTO, i tuoi post sono inutili.”

Beh forse tali soggetti, a mio modesto parere, non sanno una beata minchia, scusate la volgarità; io non pretendo di sapere tutto e non ho mai proclamato di essere onniscente, sono un RICERCATORE e non un MAESTRO.

Anzi un consiglio spassionato DIFFIDATE DAI MAESTRI, SIATE VOI I MAESTRI DI VOI STESSI. Continuate a indagare, non fermatevi mai, perché la verità è dentro di voi e nessuno ve la può imporre.

Detto questo e pregando gli “onniscienti piantagrane” di smettere di leggere i miei post, andiamo avanti perché ora viene il bello.

Nella prossima parte di questo post parleremo di un argomento talmente segreto e oscuro che neanche i vostri SCIENZIATI DELLE ABDUCTIONS conoscono, o forse conoscono ma non vi hanno mai rivelato.

Parleremo ancora di regressione ipnotica, di cosa accade veramente quando un’Anima si disincarna, cosa è in realtà il famoso “Tunnel” di luce che vedono i superstiti delle esperienze di pre-morte e della VERA COSPIRAZIONE ALIENA.

Argomenti che ho trattato con dovizia di particolari nel mio libro “Oblion – La Cospirazione” Un romanzo ma…non solo.

Sarete capaci di sopportare la verità ?

A Presto.

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3 Pensieri su &Idquo;Indagini nella mente umana. Vite passate e Abductions – Seconda parte.

  1. non è difficile, l’anima o meglio TU che leggi, passi da una vita all’altro prendendo possesso di un corpo. non è l’anima in senso di qualcosa d’altro, sei proprio tu, quello che sta leggendo che fa quest’operazione. perde la memoria nell’assunzione del nuovo corpo. ma a volte nella vita che vive ha dei flash, gli sembra di essere già stato in quel posto o di conoscere quella persona. non c’è bisogno di ipnosi. basta audire la persona con certi accorgimenti come si fa da 50 anni in Scientology.

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    • Certo Roberto, si parla di Anima per definire cosa siamo noi in realtà, per far capire che non siamo corpi. L’auditing di Dianetics è molto efficace, metodo utilizzato da tanti esperti del settore anche non affiliati a Scientology. Le altre tecniche di auditing non le conosco quindi su quello non posso dire nulla ma sono cosciente del fatto che non serve l’ipnosi per ricordare le vite passate. Difatti negli articoli successivi a questo spiego meglio la differenza tra ipnosi, che ritengo un metodo desueto e molto pericoloso, e l’auditing. Grazie 🙂

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