Atlantis63: “I Men in Black si sono interessati ai miei esperimenti.”

Salve amici, oggi vi propongo un altro estratto delle lunghissime email che mi invia regolarmente Atlantis63. Come ho già specificato nel post Gli alieni atterrano nel giardino di una scuola. Un inedito caso di abduction., non sono autorizzato da Atlantis63 a divulgare la sua identità ne tanto meno tutto il materiale che mi invia. Di tanto in tanto egli mi autorizza a divulgare qualche stralcio dei suoi racconti e delle sue confidenze. Premetto che conosco Atlantis63 e posso garantire la sua totale sincerità, è una persona seria, posata e non ha grilli per la testa ne è a caccia di notorietà o altro.

Atlantis63 è un appassionato di elettronica ed ogni tanto gli viene in mente qualche cosa da sperimentare. In una sua email mi ha raccontato di essersi interessato all’elettromagnetismo in quanto crede, e non è l’unica persona a farlo, che nei fenomeni elettromagnetici vi sia celato il mistero dell’antigravità e forse anche quello del viaggio nel tempo, visto che secondo la fisica attuale, chissà se è vero, la gravità ed il tempo sono due variabili interconnesse. Modificando una delle due si dovrebbe ottenere un effetto anche sull’altra. Ricordo ad esempio l’esperimento Philadelphia, nel quale pare che sulla famosa nave Eldridge siano state installate tre enormi bobine elettromagnetiche che hanno generato dei campi magnetici in qualche modo interagenti tra loro, creando un qualche tipo di passaggio temporale o qualcosa del genere. A sostegno di questa ipotesi vi fu la testimonianza di Morris K. Jessup, un astronomo dilettante che nel 1955 avanzò un’ipotesi sull’uso delle forze elettromagnetiche nella propulsione degli UFO; fenomeno che egli stesso dichiarò di aver osservato. Sempre nel 1955, Jessup affermò di aver ricevuto tre lettere firmate da un fantomatico Carlos Miguel Allende, nelle quali l’autore avrebbe citato l’esperimento di Philadelphia, riferendosi ad una serie di articoli di giornali scandalistici che ne parlavano senza però riportare alcuna fonte o elemento verificabile. Secondo quanto riferito da Jessup, Allende avrebbe raccontato nelle lettere di essere stato testimone oculare dell’esperimento mentre si trovava su una nave nelle vicinanze, la SS Andrew Furuseth. Inoltre Jessup riferì che Allende sarebbe stato a conoscenza della scomparsa e del destino di alcuni membri dell’equipaggio della Eldridge.

Jessup riferì che, riguardo alla corrispondenza che aveva ricevuto all’epoca da Allende, a una richiesta di approfondimento da parte sua, Allende avrebbe risposto solo dopo mesi identificandosi questa volta col nome di Carl M. Allen, dichiarando di non poter fornire ulteriori prove. Nonostante apparentemente la questione dell’esperimento fosse stata nel frattempo accantonata anche da parte di Jessup, nella primavera del 1957 egli riferì di essere stato contattato dall’Office of Naval Research di Washington D.C.

Secondo quanto da lui affermato, l’ente aveva ricevuto una copia del suo libro: The Case for the UFO (1955), con numerose annotazioni da parte di tre persone che trattavano di due tipi di creature che avrebbero vissuto nello spazio. Tra queste vi sarebbero state anche annotazioni che alludevano all’esperimento di Philadelphia, come se chi scrivesse ne fosse a conoscenza. Tali affermazioni da parte di Jessup riportarono all’attenzione dell’opinione pubblica l’argomento dell’esperimento Philadelphia, facendo circolare diverse ipotesi alcune delle quali ipotizzavano persino che gli autori di queste annotazioni potessero essere stati degli extraterrestri.

Jessup fu trovato morto nel 1959 nella sua autovettura. La sera prima aveva organizzato un appuntamento, al quale in mattinata non arrivò mai. Nell’incontro si proponeva appunto di divulgare ulteriori prove e retroscena che aveva trovato del suddetto esperimento. Nonostante non siano mai state accertate con certezza le cause della morte, gli investigatori sostennero l’ipotesi del suicidio dovuto al crollo di notorietà, mentre per i sostenitori della teoria del complotto Jessup fu assassinato per metterlo a tacere.

Gli esperimenti di Atlantis63.

Atlantis63 non è sceso in particolari ma pare che nella metà degli anni ’90 abbia sperimentato qualcosa che lui definisce “Campo Magnetico a Doppia Induzione”; esperimenti dei quali egli stesso non prevedeva gli effetti, semplicemente aveva ideato questa strana interazione tra campi magnetici. Quello che segue è il suo racconto, editato da me per renderlo più leggibile ma non ho modificato in alcun modo le informazioni riportate da Atlantis63.

“Nel mio piccolo laboratorio, la cantina di casa mia, ho quindi assemblato le due bobine ed il circuito elettronico che le avrebbe controllate in automatico, tutto il succo dell’esperimento consisteva nel provocare una interazione tra i campi magnetici controllandone le fasi, le frequenze ed i voltaggi. Sono stato sempre molto prudente nei mie esperimenti, quindi ho deciso di caricare tutta l’attrezzatura in macchina, incluse cinque batterie per auto che avrebbero fornito la potenza, per andare in un luogo tranquillo e sicuro dove sperimentare il mio nuovo, strano, apparato. Mi sono quindi diretto fuori città, in una zona di campagna molto isolata, così da evitare i curiosi.
Giunto sul posto ho scaricato tutta  la roba, era una bella giornata di fine inverno, a metà marzo, faceva ancora freddo ma il tiepido sole alleviava il fastidio. Una volta collegato l’apparato alle batterie, con una certa emozione ma senza aspettarmi chissà cosa, ero spinto dalla curiosità di notare qualche eventuale effetto ma ero un po’ scettico, nel senso che non credevo sarebbe accaduto nulla di così strano o eclatante.
Infatti attivai il congegno ma dopo pochi secondi un componente del circuito elettronico si bruciò e l’alimentazione si interruppe. Arrabbiato dalla situazione decisi di escludere il circuito e collegare direttamente le bobine alle batterie, in un modo alquanto fantasioso, nel senso che il circuito in quella configurazione avrebbe potuto bruciarsi, ma tentai lo stesso. In effetti appena lo attivai notai un surriscaldamento dei cavi ma lo lasciai andare finché non vidi che non vi erano effetti visibili, non ero dotato di strumenti di misurazione sofisticati, ero alquanto empirico nelle mie osservazioni. Non accadde nulla di strano, almeno nulla che potessi misurare o percepire. Un po’ sconsolato smontai l’apparato e feci per caricarlo nell’auto, per andarmene. A un tratto il rumore di un elicottero attirò la mia attenzione, proveniva da est e si avvicinava alla zona in cui mi trovavo io, ma ancora non lo vedevo perché era nascosto dalla collina sovrastante. Quando l’elicottero superò la collina e divenne visibile mi accorsi che era un modello H 500, quelli con l’abitacolo a forma di goccia, completamente nero. Privo di segni di riconoscimento e di numeri di matricola. In quei primi secondi non pensai a nulla, credevo fosse un elicottero di passaggio, casualmente entrato nel mio campo visivo, ma non era così. Il velivolo si diresse verso di me e cominciò a volare minacciosamente a bassa quota, sotto i 20 metri di altezza, sulla mia testa. Nei momenti in cui si allontanava da me per virare e tornare indietro, mi accorsi che il portellone laterale era aperto e vi era un uomo che maneggiava qualcosa che aveva un obiettivo, forse scattava foto nella mia direzione. Poi l’elicottero invertiva a 180 gradi per effettuare un nuovo passaggio a bassa quota sulla mia testa. Intimorito dalla situazione salii in macchina e mi diressi verso la strada, che era a non più di un chilometro da dove mi trovavo io. L’elicottero continuò il suo volo intimidatorio ancora per qualche minuto e poi si dileguò verso le colline, sparendo alla mia vista.
Da quel giorno non ho più fatto esperimenti con le mie bobine magnetiche, devo ammettere che mi sono alquanto spaventato quando, a mente fredda, ho ripensato ai racconti sui Men in Black e sugli elicotteri neri che di solito vengono associati alle loro attività. Ritornando a casa mi sono anche premurato di controllare che nessuno mi seguisse ma non credo che sia accaduto. Certo che se i Men in Black volevano spaventarmi a morte e farmi cessare gli esperimenti, ci sono riusciti; ma mi chiedo cosa ho fatto quel giorno, non vidi nessun fenomeno anomalo prodotto dalle mie bobine ma visto che ho attirato l’attenzione di quella gente, credo proprio di aver toccato qualcosa di importante. Forse la chiave per l’antigravità ? O per il viaggio nel tempo ?”

Da una email di Atlantis63.

Libri consigliati:

Libri sull’esperimento Philadelphia:

Libri sui Men in Black:

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